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Francesco d’Assisi. Giullare, non trovatore [2° parte]

Dopo aver indicato, nel primo post, metodo e merito della rubrica occorre spiegarne innanzitutto il titolo. Cosa significa dire che Francesco è stato un giullare e non un trovatore? Chi erano i giullari e chi i trovatori? Perché è necessaria questa precisazione?

Occorre in primo luogo vedere in quale circostanza Francesco si associa – o, per meglio dire, viene associato dai suoi biografi – alla figura del giullare. Il principale riferimento è la Leggenda perugina al n. 43 (FF 1592); dopo aver composto le Laudi del Signore Francesco volle che i suoi frati le cantassero al popolo al termine dei loro sermoni, come «giullari di Dio» [ioculatores Domini, nel testo latino]: «Cosa sono i servi di Dio se non i suoi giullari che devono commuovere il cuore degli uomini ed elevarlo alla gioia spirituale?». Un riferimento sostanzialmente analogo lo offre lo Specchio di perfezione al n. 100 (FF 1799). Il Celano, infine, nella Vita seconda al Cap. XC (FF 711) ci dice che quando Francesco era particolarmente lieto in spirito si esprimeva con «parole francesi» e alla «maniera giullaresca», spesso utilizzando legni raccolti da terra a mo’ di archetto e di viola.

Generalmente questi atteggiamenti di Francesco vengono ricondotti alla sua inclinazione per il canto e per la musica manifestata sin dall’età giovanile. Si tratta, però, di una interpretazione piuttosto riduttiva: il termine «giullare» è infatti carico di significati molto forti, non è verosimile che sia stato usato dai suoi biografi in maniera distratta e superficiale o come sinonimo di altri termini.

I giullari erano mimi, saltimbanchi, giocolieri, acrobati, cantastorie. Erano considerati personaggi ambigui in quanto non appartenevano a alcuno dei tre ordini nei quali, secondo una classificazione introdotta dal vescovo Adalberone da Laon tra X e XI secolo, si considerava divisa la società: oratores, bellatores, laboratores. Girovaghi e vagabondi, qualità ritenute all’epoca molto riprovevoli, venivano considerati come un rifiuto della società e per questo erano disprezzati e perseguitati dalle autorità ecclesiastiche e civili. Per le prime, i giullari erano immondi personaggi al servizio del diavolo: inducevano gli uomini a un riso facile e volgare con discorsi frequentemente sconci e blasfemi né si facevano scrupolo di utilizzare finanche le proprie deformità per procurarsi il denaro. Per le seconde erano invece una sorta di pericolosi sovversivi giacché nelle loro giullarate – spettacoli improvvisati nelle piazze e nei mercati cittadini – sbeffeggiavano nobili e potenti locali. A volte erano tollerati, altre no: Federico II in persona nel 1221 promulgò un editto, Contra jogulatores obloquentes [etimologicamente ob-loquentes significa uno che sotto-parla, quindi un cialtrone, sparlatore, rozzo, volgare], che vietava ai giullari il permesso di entrare in città e consentiva a chiunque di malmenarli fino a ucciderli. In molte città era proibito assistere ai loro spettacoli anche se spesso tale divieto veniva eluso. Del resto molti nobili – non esclusi vescovi e cardinali – avevano l’abitudine di ospitare giullari alla propria corte per allietarne le serate; erano questi i cosiddetti buffoni di corte ai quali il signore per dar prova di magnanimità concedeva ampia libertà di parola, anche se non erano infrequenti i casi di giullari condannati a severe punizioni e finanche alla morte per essersi spinti troppo oltre con i loro sberleffi. Di tutt’altro genere, infine, erano i trovatori. Essi erano un prodotto tipico della società aristocratica; di stirpe nobile – principi, cavalieri e a volte anche chierici con la passione dell’arte e della poesia – presso le grandi corti europee cantavano i valori preminenti della loro classe sociale: le gesta degli eroi e l’amore delle dame e dei cavalieri. Nella maggior parte delle canzoni di gesta si trovano degli «oiez, seigneurs», oppure «oiez, barons» (cioè «udite, signori» o «udite, baroni») che dimostrano a quale ambiente queste opere fossero destinate. Il più famoso trovatore in lingua d’oc è Guglielmo IX d’Aquitania (1071-1127), duca d’Aquitania e di Guascogna nonché conte di Poitiers e Tolosa.

È quindi oltremodo riduttivo vedere nel Francesco «giullare» soltanto il cantore innamorato di Dio; Francesco certamente è stato anche questo ma l’accostamento alla figura del giullare è carico di ben altri significati. Francesco assegna ai suoi frati l’appellativo di ioculatores Domini per indicar loro una precisa scelta di campo: devono avere la forza di porsi coscientemente e deliberatamente dalla parte sbagliata della società, al di fuori degli schemi culturali e istituzionali, civili ed ecclesiastici del tempo. Non devono rivolgere le proprie attenzioni ai signori, indirizzando a essi dotti sermoni alla maniera dei chierici dei capitoli cattedrali, quanto piuttosto al popolo minuto, agli esclusi e agli emarginati, utilizzando un linguaggio per loro comprensibile arricchito se necessario anche dalla musica e dalla gestualità, alla «maniera giullaresca», appunto. Insomma, il suo sentirsi simile ai ioculatores è molto vicino al suo sentirsi parte dei minores.

Alla luce di tutto ciò, cosa significa per noi francescani di oggi stare nella Chiesa e nella società da ioculatores Domini? Sicuramente tante cose. Non c’è un unico modo di essere francescani e ciascuno di noi è legittimato a sviluppare questo tratto della spiritualità e della personalità di Francesco secondo il proprio sentire. Per quel che può interessare, chi scrive guarda con scetticismo e preoccupazione a quella ricerca di visibilità di impronta ruiniana che sembra caratterizzare anche l’operato dei nostri vertici e che si concretizza in quelle periodiche manifestazioni nazionali nelle quali noti conduttori televisivi moderano preziosi dibattiti tra giornalisti, filosofi, scrittori, esponenti del mondo della politica e delle istituzioni; veri e propri salotti intellettuali che però vengono proposti come importanti momenti di incontro e di confronto a una base, per la verità, un po’ troppo ingenua e accondiscendente. Lasciamo che siano altri movimenti cattolici a organizzare meeting nei quali ostentare la propria organicità all’Italia che conta; noi dovremmo essere estranei a certe logiche, dovremmo farci beffe di certe manifestazioni; siamo nati come giullari, non come trovatori.

Pace e bene

Pietro Urciuoli, OFS Avellino Roseto




Francesco d’Assissi. Giullare non trovatore … [1^ parte]

L’inaugurazione di questa rubrica richiede due precisazioni; l’una di merito, l’altra di metodo.
Cominciamo dal merito. Nelle nostre fraternità la figura di Francesco d’Assisi viene affrontata essenzialmente da due distinte angolazioni: le tappe salienti della sua vita da un lato, le sue virtù mistico/morali dall’altro. Per quel che è la mia esperienza – dieci anni di Gi.Fra. e venti di O.F.S. – in entrambi i casi la trattazione non è esente da limiti e difetti: nel primo caso, difficilmente ci si riesce ad affrancare da un approccio sostanzialmente aneddotico e miracolistico; nel secondo, si eccede sovente in una retorica esaltazione della sua personalità e della sua santità. Ne risulta un’immagine di Francesco facilmente accessibile ma anche vistosamente banalizzata. Non voglio sminuire oltremisura un approccio col quale si sono formate intere generazioni di francescani secolari – tra cui anche la mia – ma ritengo che ai tempi di oggi ci voglia altro; bisogna formarsi e informarsi con modalità ben diverse se si vuole essere laici pensanti oltre che devoti, animati da profonde convinzioni oltre che da buoni sentimenti; insomma, quel che si dice essere «cattolici adulti». In questa rubrica si tenterà di rileggere l’esperienza umana e spirituale di Francesco non in chiave agiografico/celebrativa bensì in una prospettiva principalmente storica per rinvenirne gli effettivi caratteri di novità per la sua epoca e di attualità per la nostra. È un approccio sicuramente più impegnativo ma anche necessario: non per nulla Paul Sabatier, il primo biografo moderno di Francesco d’Assisi, nella sua fondamentale biografia del 1894 affermava: «Se grande fu il Francesco della leggenda, immenso fu quello della storia».
Veniamo al metodo. La rubrica è ispirata a un mio libro, Francesco d’Assisi. Giullare, non trovatore, Edizioni Messaggero, Padova 2009; ne riprenderà l’approccio e, con i necessari adattamenti, i contenuti. La libertà che è stata concessa a me nella gestione di questo spazio è concessa anche ai lettori: la rubrica si propone infatti di stimolare un dibattito nel quale ciascun francescano secolare possa intervenire liberamente. Non che nelle nostre fraternità non ci sia dialogo ma l’impressione è che esso risenta di quell’unanimismo conformista che caratterizza la Chiesa in cui viviamo. Ci interroghiamo spesso sulle «iniziative coraggiose» a cui ci esorta la nostra Regola al capitolo 15; ma forse la più importante di tutte è pensare con la nostra testa per essere voce libera e coscienza critica nella Chiesa e nella società, singolarmente e come Ordine. L’unitarietà ormai faticosamente realizzata non può ridursi a una mera sommatoria di novizi e professi, a un ridisegno di confini geografici, a una fusione a freddo di consigli provinciali; al contrario, va interpretata come occasione storica per promuovere un cambio di mentalità, per sviluppare una maggiore autocoscienza, per dare inizio a un nuovo modo di fare e di sentirsi O.F.S.. Questa rubrica vuole essere una iniziativa in questa direzione: uno spazio di libero confronto che sia come una finestra aperta sulla vita dell’Ordine e della Chiesa. Ma ciò dipenderà anche da quanti la seguiranno e come.

Pace e bene

Pietro Urciuoli, OFS Avellino Roseto