CARO DON TONINO …

Caro don Tonino, in tutta sincerità non ho ancora fatto pace con la tua morte: non solo perché la tua assenza brucia (e talvolta non riesco quasi a perdonarti per quel salto senza rete che ti ha proiettato oltre l’orizzonte del nostro sguardo).

Ma perché dopo è stato davvero il finimondo. Come se, calato il sipario della tua esperienza terrena, la storia umana si fosse avvitata in una spirale nichilista e buia. Come se, a noi sopravvissuti, fosse comminata la pena dell’esilio da noi stessi, dai nostri bisogni di verità e di amore. È stato molto più di una solitudine e di uno smarrimento.

Tu eri volato, con le tue ali sfibrate dalle metastasi, nel cielo della “ulteriorità” (ti rubo una parola che mi hai sussurrato l’ultima volta). Noi invece di colpo eravamo scivolati giù nei dirupi del “pensiero unico”, in uno spazio interdetto alla profezia e alla carità, in un alfabeto capovolto e levantino, in un universo di piccole patrie isteriche e minacciose, dove anche lo spirito santo veniva arruolato come un gendarme atlantico o un controllore orwelliano al servizio del New West. Era come tornare nel cono d’ombra delle catacombe.

Tu trasmutato in un’icona rischiosamente consolante, noi pronti per i leoni del Colosseo globale, della fictionseriale e della mass-mediocrità.
Sono passati come un lampo tutti questi anni e ancora sento il vento tiepido di quel pomeriggio di aprile, sulla spianata in fronte al mare azzurro di Molfetta, nella mestizia popolare di quella lunga, lenta, indicibile cerimonia dell’addio. Dieci anni fa. Oppure ieri. O forse è ora.

Lo so, caro vescovo, tu intercettasti tra i primi il vento cattivo che soffiava a Occidente. Sulla sequela di Cristo ci indicasti la Via Crucis che portava a Bagdad e a Sarajevo, osando immaginare e poi incarnando – in quella “festa di dolore” che ti fece solcare la terra ghiacciata e incandescente di Bosnia – una traccia di “Onu dei poveri”: che ancora oggi è per noi una pietra angolare.

Ci raccontasti il malessere partendo dal benessere e dalle sue arti marziali e dai suoi valori misurati in Borsa: non basta “consolare gli afflitti”, bisogna “affliggere i consolati”, così ci provocavi. E le tue non erano capriole semantiche o giochi di enigmistica. Sull’asse della tua indignazione girava un intero mappamondo a forma di Golgota: e in ogni povero cristo (disoccupato o immigrato, tossico o carcerato) tu vedevi la “regalità” del dio vivente e ci ammonivi ad accogliere e a donare.

Amore, voce del verbo morire: non stavi alludendo a una spiritualità masochista, ma alla sfida permanente della conversione: che è schiudersi agli altri, scacciare i fantasmi della paura delle diversità, conoscere e scambiare e contaminarsi e donare.

Fuoriuscire dal recinto del privilegio e dell’egoismo, recidere il filo spinato del pregiudizio nutrito di petrodollari, detronizzare la dinastia planetaria del profitto. Cambiare registro, cambiare pelle al presente, farsi costruttori di strade e pontili piuttosto che di muraglie e di barriere architettoniche. Con-dividere: farsi compagni del mondo, farsi prossimo, coniugare i verbi della conoscenza e della tenerezza per chi normalmente inchiodiamo al legno delle nostre fobie e delle nostre pigrizie.

Lo so, don Tonino, persino l’immagine teologica della Trinità – fusione perfetta di tre entità distinte – era per te l’icona di quella splendida “visione” che hai colto nella più bella delle tue espressioni: convivialità delle differenze. Come un infinito abbraccio dei popoli e delle persone, delle fedi e delle culture. Questa, sui sentieri accidentati di Isaia, è la filigrana della pace che cerchiamo.

Sarà necessario, ovviamente, mutare le nostre spade in aratri e le nostre lance in falci. E cioè cambiare in radice modello di sviluppo e forma del potere: liberando la storia umana dalla sua ipoteca di oppressione e di violenza, sradicando dalle nostre lingue ogni codice di guerra, svuotandoci dell’odio che si è lungamente sedimentato nei nostri consessi civili e nei nostri cuori.

Carissimo amico perduto e ritrovato ogni giorno, tu ci lasciasti in dono un seme di passione (che è voce del verbo patire). Fummo confitti (non sconfitti) dai chiodi del conformismo e della omologazione. Eppure continuammo a coltivare quella charitas sine modo che ci sfida e ci interpella, quei “pensieri lunghi” che quasi ci sospendono tra cielo e terra.

Continuammo, seguendo la tua ombra buona, a costruire piste di “utopia”: ecco, utopia è la parola che adoperano, con intenzioni di scherno, i trafficanti di realismo, i farisei dei nostri giorni, i burocrati dei silenti genocidi mercantili. Ma a dispetto di tutte le realpolitik, di tutti i governi e di tutte le cancellerie che ci dettano la lentezza delle loro tregue e la fretta delle loro guerre, ora, gridiamolo don Tonino, ora è il tempo dell’utopia! Perché avevi ragione tu: non andiamo verso la fine, ma verso un nuovo inizio.

E io volevo dire al mio pastore, mentre lo penso con nostalgia, che quel suo seme, dopo un inverno fin troppo lungo, ha cominciato a germogliare. Le oscure catacombe hanno figliato moltitudini di battezzati alla pace. È vero: rombano già i motori della macchina holliwoodiana della “guerra infinita”.

Ma ancora più forte si sente, a ogni latitudine del mappamondo, il suono di una nuova coscienza. Forse l’antica sentinella può finalmente risponderci che la notte non è più tanto lunga, che sta per finire. E così sia.

Nichi Vendola, Aprile 2003




IL LIBRO DI RATZINGER, IL GESÙ STORICO E LE VERITÀ DELLA CHIESA

Rivela un affanno il nuovo libro su Gesù con cui papa Ratzinger si adopera a mostrare e dimostrare la storicità di Cristo e in particolare della morte-resurrezione di lui. Lo ammette chiaramente quando scrive: “la barca della Chiesa … spesso si ha l’impressione che debba affondare”. Ed ecco l’importanza della realtà pienamente divina e pienamente umana del Salvatore Gesù.
E’ Gesù Cristo l’unico salvatore e la chiave della salvezza universale. Ed è la Chiesa cattolica governata dal papa e dai vescovi uniti al papa la custode unica e universale per tutti i secoli della chiave affidatale da Gesù. Tutta la ricerca umana di senso della vita e di salvezza materiale e morale sarebbe completamente inutile senza il Dio che si fa uomo e offre in sacrificio la sua vita. Sono due millenni che queste “verità”, questi assoluti, vengono ripetuti identici, declinati in codici espressivi diversi tradotti in tutte le lingue del mondo ma sempre nella sostanza uguali a se stessi: è Gesù l’unico salvatore universale attraverso il suo sacrificio perenne.Di fatto del Gesù storico non si sa quasi nulla. Ormai è un dato acquisito nella teologia biblica non servile. I Vangeli non sono la storia di Gesù ma la riflessione teologica in forme narrative o rituali delle comunità cristiane del primo secolo in ambiente pagano. Inoltre è accertato ormai che le più antiche testimonianze scritte non sono i Vangeli canonici. Sono le tradizioni dei cosiddetti “loghia”, cioè dei “detti” di Gesù. Che prima sono stati tramandati oralmente nell’ambiente palestinese e poi sono stati inseriti nei Vangeli.
Quei “detti” di Gesù sono “il Vangelo prima dei Vangeli”. Poi il Vangelo dei detti di Gesù è andato perso perché gli scribi smisero di farne copie in conseguenza della fissazione autoritativa del canone. Oggi si direbbe sbrigativamente che ha subito una censura. E’ stato recuperato o riscoperto nel 1838, attraverso un delicato lavoro di filologia, incastonato nei Vangeli canonici. E’ stato pubblicato solo nel 2007 in italiano dalla Queriniana in un volume a cura di un grande specialista, James M. Robinson: I detti di Gesù. Questo ritardo di quasi due secoli la dice lunga sulle resistenze poste dall’autorità ecclesiastica alla pubblicazione di un testo storico che mette in crisi le certezze dogmatiche.
Perché è importante questo “Proto-Vangelo”? Perché l’immagine di Gesù che se ne ricava è molto diversa da quella fissata nelle narrazioni canoniche dei Vangeli. E soprattutto è diversa l’immagine che si ricava del cristianesimo nascente. Non ci sono che nel sottofondo racconti di miracoli e soprattutto non c’è notizia dei fatti della nascita, della morte e della resurrezione. Questa assenza di eventi così fondamentali per i Vangeli canonici e poi per il dogma è impressionante.
L’accento è posto non sulla persona di Gesù ma sul messaggio e sul movimento messianico di impegno per la realizzazione del “Regno di Dio”. Il quale tradotto in termini moderni si potrebbe definire come movimento per un “mondo nuovo possibile”.
Il Gesù del “Proto-Vangelo” è soprattutto un “figlio dell’uomo” che alla lettera può significare “Figlio dell’umanità”, parte di un movimento storico di liberazione radicale. C’è in quel documento solo un’eco flebile del processo di mitizzazione della persona di Gesù che è appena agli inizi e che però presto sfocerà nella divinizzazione. E’ assente l’essere divino-umano, il dio incarnato che si sacrifica per redimere l’umanità peccatrice. Il quale invece sarà poi offerto soprattutto dalla Chiesa di Paolo al mondo pagano avido di sacro e di salvezza mistica.
Ovviamente le persone all’origine di questo Proto-Vangelo, che di bocca in bocca si tramandavano i detti di Gesù, conoscevano la morte di Gesù. Ma per loro la morte del profeta non aveva il significato di sacrificio. Non si sentivano impegnati ad annunciare la morte. “Seguimi e lascia che i morti seppelliscano i loro morti” – è un’affermazione fondamentale del Proto-Vangelo. Non la morte né il sacrificio né il miracolo aveva cambiato la loro vita. Ma il messaggio culturalmente rivoluzionario di Gesù aveva dato un senso nuovo alla loro esistenza; in quello e non nel miracolo trovavano il senso della resurrezione; quel messaggio e l’esperienza di vita che c’era dietro si sentivano impegnati ad annunciare perché cambiasse la vita di molti e trasformasse radicalmente la società dando vita a un mondo nuovo.
La teologia sacrificale del Cristo che salva in quanto Figlio di Dio morto e risorto verrà dopo, quando il cristianesimo dovrà rivolgersi al mondo pagano. Sarà tale teologia la carta vincente, il fulcro del trionfo della nuova religione. Un trionfo però contestato da persone, anche sinceramente credenti, con senso critico, lungo tutta la storia, dall’antichità fino ad oggi, quale tradimento e devitalizzazione del Dna generativo del movimento di Gesù.

Di Enzo Mazzi, il Manifesto, 13 marzo 2011




IL GESÙ’ STORICO SECONDO RATZINGER

di Vito Mancuso
in “la Repubblica” dell’11 marzo 2011

Nel primo libro su Gesù pubblicato nel 2007 Benedetto XVI chiedeva ai lettori quell’anticipo di simpatia senza il quale non c’è alcuna comprensione». Aveva ragione, perché occorre essere ben disposti verso l’autore di un libro o di una musica, come verso ogni persona che si incontra, per poter adeguatamente comprendere. È necessario però capire bene il senso della simpatia richiesta dal pontefice: nell’ambito teologico in cui si colloca non si tratta di un semplice sentimento, il quale peraltro c’è o non c’è perché nasce solo spontaneamente. Simpatia va intesa qui nel senso originario di patire-con, coltivando un comune pathos ideale. La domanda quindi è: qual è il pathos che ha mosso Benedetto XVI a pubblicare due volumi su Gesù di oltre 800 pagine complessive, di cui oggi arriva in libreria il secondo che riguarda, recita il sottotitolo, il periodo «dall’ingresso in  Gerusalemme fino alla risurrezione»? La preoccupazione del Papa concerne il problema decisivo del cristianesimo odierno, a confronto del quale i cosiddetti “valori non negoziabili” (scuola, vita, famiglia) sono acqua fresca: cioè il legame tra il Gesù della storia reale e il Cristo professato dalla fede. Senza scuole cattoliche il cristianesimo va avanti, senza leggi protettive sulla famiglia e la bioetica lo stesso, anzi non è detto che una dieta al riguardo non gli possa persino giovare. Ma senza il legame organico tra il fatto storico Gesù (Yeshua) e quello che di lui la fede confessa (che è il Cristo) tutto crolla, e alla Basilica di San Pietro non resterebbe che trasformarsi in un museo. Nella fondamentale premessa del primo volume, una specie di piccolo discorso sul metodo, il Papa si chiede “che significato può avere la fede in Gesù il Cristo (…) se poi l’uomo Gesù era così diverso da come lo presentano gli evangelisti e da come, partendo dai Vangeli, lo annuncia la Chiesa”, domanda retorica la cui unica risposta è “nessun significato” e da cui appare quanto sia decisiva la connessione storia-fede. Chiaro l’obiettivo, altrettanto lo è il metodo: «Io ho fiducia nei Vangeli (…) ho voluto fare il tentativo di presentare il Gesù dei Vangeli come il Gesù reale, come il Gesù storico in senso vero e proprio»; concetto ribadito nella premessa del nuovo volume dove l’autore scrive di aver voluto «giungere alla certezza della figura veramente storica di Gesù» a partire da «uno sguardo sul Gesù dei Vangeli». Il Papa fa così intendere che mentre l’esegesi biblica contemporanea perlopiù divide il Gesù storico reale dal Cristo dei Vangeli e della Chiesa, egli li identifica mostrando che la costruzione cristiana iniziata dagli evangelisti e proseguita dai concili è ben salda perché poggia su questa esatta equazione: narrazione evangelica = storia reale. Questo è l’intento programmatico su cui Benedetto XVI chiede la sua “simpatia”.
Peccato per lui però che in questo nuovo volume egli stesso sia stato costretto a trasformare il segno uguale dell’equazione programmatica nel suo contrario: narrazione evangelica ? storia reale. Il nodo è la morte di Gesù, precisamente il ruolo al riguardo del popolo ebraico, questione che travalica i confini dell’esegesi per arrivare nel campo della storia con le accuse di “deicidio” e le immani  tragedie che ne sono conseguite. Chiedendosi “chi ha insistito per la condanna a morte di Gesù”, il Papa prende atto che “nelle risposte dei Vangeli vi sono differenze”: per Giovanni fu l’aristocrazia del tempio, per Marco i sostenitori di Barabba, per Matteo “tutto il popolo” (su Luca il Papa non si pronuncia, ma Luca è da assimilare a Matteo). E a questo punto presenta la sorpresa: dicendo “tutto il popolo”, come si legge in 27,25, “Matteo sicuramente non esprime un fatto storico: come avrebbe potuto essere presente in tale momento tutto il popolo e chiedere la morte di Gesù?”. Sono parole veritiere e coraggiose (per le quali sarebbe stato bello che il Papa avesse fatto il nome dello storico ebreo Jules Isaac e del suo libro capitale del 1948 Gesù e Israele, purtroppo ignorato), ma che smentiscono decisamente l’equazione programmatica che è il principale obiettivo di tutta l’impresa papale, cioè l’identità tra narrazione evangelica e storia reale.
Alle prese con uno dei nodi più delicati della storia evangelica, il Papa è stato costretto a prendere atto che i quattro evangelisti hanno tre tesi diverse, e che una di esse «sicuramente non esprime un fatto storico». Se questa incertezza vale per uno degli eventi centrali della vita di Gesù, a maggior ragione per altri. Ne viene quello che la più seria esegesi biblica storico-critica insegna da secoli, cioè la differenza tra narrazione evangelica e storia reale.
Significa allora che tutta la costruzione cristiana crolla? No di certo, significa piuttosto che essa è, fin dalle sue origini, un’impresa di libertà. Non è data nessuna statica verità oggettiva che si impone alla mente e che occorre solo riconoscere, non c’è alcuna “res” al cui cospetto poter presentare solo un’obbediente “adaequatio” del proprio intelletto, non c’è nulla nel mondo degli uomini che non richieda l’esercizio della creativa responsabilità personale, nulla che non solleciti la libertà del soggetto. La libertà di ciascun evangelista nel narrare la figura di Gesù è il simbolo della libertà cui è chiamato ogni cristiano nel viverne il messaggio. Se persino di fronte ai santi Vangeli la libertà del soggetto è chiamata a intervenire discernendo ciò che è vero da ciò che “sicuramente non esprime un fatto storico”, ne viene che non esiste nessun ambito della vita di fede dove la libertà di coscienza non debba avere il primato (compresa la libertà di non prendere così tanto sul serio l’etichetta “valori non-negoziabili” apposta dal Magistero alla triade scuola-famiglia-vita).
Affrontare seriamente la figura di Gesù, come ha fatto Benedetto XVI in questo suo nuovo libro, significa essere sempre rimandati alla dinamica impegnativa e responsabilizzante della libertà.




UNA STORIA DI GHIACCIO

“Una vecchia canzone di Lucio Dalla diceva in un verso assai suggestivo che «nel centro di Bologna / non si perde neanche un bambino». Mi è tornato in mente con tutto il suo carico di paradossale ironia qualche giorno dopo l’inizio dell’anno, quando ho ascoltato la storia dolente e tragica di Devid (sì, scritto così, con la e al posto della a), un neonato di venti giorni che nel centro di Bologna si è perso per sempre, addormentato nel sonno della morte avvolto in una coltre di gelo. Una storia di ghiaccio, la storia di un bambino passato in poche ore dal tepore dell’incubatrice al sottozero della piazza. Perché i suoi genitori, Claudia e Sergio, una casa non ce l’hanno, e allora girano con i loro cuccioli (oltre a Devid il suo gemellino Kevin e la loro sorellina di venti mesi, figlia di un altro papà) tra piazza Maggiore e le Torri, vanno a cercare un riparo sotto il portico del Podestà o qualche minuto di tepore nell’atrio caldo della Biblioteca Sala Borsa.Claudia e Sergio non hanno l’aspetto dei clochard: certo vivere in strada o in ripari di fortuna non ti consente certo di avere la camicia stirata o la gonna in piega.
Ma non sono dei barboni.
Sono persone come tante, che hanno sbagliato i conti, si sono trovate in una difficoltà economica e hanno perso la casa. Passerotti caduti dal nido, esempi tipici di quella nuova povertà che in parte è frutto della crisi economica. Quando, come nel loro caso, non c’è una vera famiglia alle spalle, si perdono tutti i paracadute e tutte le protezioni.
Facciamo tanta fatica a capirli.
Li vediamo ogni giorno, altre Claudia con altri Devid, passare rasenti alle porte dei nostri centri d’ascolto e guardare da lontano le nostre mense francescane, per tornare magari più tardi quando la penombra protegge dagli sguardi, a chiedere un pò di latte e qualche scatoletta.
Anche nella civilissima Bologna i servizi – sia quelli pubblici che quelli del privato sociale – hanno balbettato davanti alla morte di Devid. Incapaci di capire e di spiegare, impotenti davanti ad una dignità ferita che urla in silenzio il proprio disperato bisogno di aiuto ma che non vuole essere incasellata negli elenchi e negli schedari dei “poveri”.
Il piccolo angelo portato via dal gelo ci indica una strada. Chissà se sapremo capire, se sapremo superare i nostri schemi, se sapremo costruire risposte giuste alle domande che salgono da storie come questa.
Fuori fa ancora tanto freddo”.

Ettore Colli Vignarelli

Tratto dal n°2 di febbraio 2011 della rivista dell’Ordine Francescano Secolare d’Italia “Francesco il Volto Secolare”




L’ETICA DEL VERO CRISTIANO

«Vittime» della società non sono solo quelle volute dai poteri perversi, e sono tante, ma ben più numerose sono quelle che io chiamerei le «vittime originarie», quegli esseri umani che nascono per venire protetti ed educati nel cammino della vita e della salvezza, e invece si sentono abbandonati. Sono i «poveri credenti» e tutti gli uomini sono poveri credenti, che cercano ancora con ardore la Chiesa del Vangelo di Gesù.
Nella società attuale si è introdotta una forma di imbonimento, malsano e gratificatorio, che intontisce e soprattutto lusinga le persone: una corruzione a tutti i livelli della vita economica, civile, politica, ma anche culturale e religiosa. Una diffusa mafiosità dei comportamenti, che sembra ormai una conquista di civiltà del nostro tempo. Il «tutto è lecito» è il valore d´oggi, gloria della coscienza umana, finalmente autonoma e libera. Il tragico è che questa vita senza morale rende «interrotti i sentieri» dei giovani, frantumando gli orizzonti e i destini della loro vita. Il potere esplosivo e rigeneratore della società è la Chiesa di Cristo. La Chiesa può essere non accettata dalla società. Ma essa, per mandato di Cristo, a costo di qualsiasi persecuzione, si trova sempre in mezzo agli uomini. Che dire allora di una Chiesa che tace e talora si compiace del qualunquismo imperante? La volontà del Padre è diversa da quella del capriccio umano. E se la Chiesa compie certi gesti di incontinenza, Dio si scandalizza di essa. Come è possibile che uomini di Chiesa «importanti» facciano la barzelletta del peccato? Si può «contestualizzare la bestemmia», «la trasgressione pubblica della pratica sacramentale» perché al capo si devono concedere tutte le licenze?
Noi rimaniamo nello sgomento più doloroso vedendo i gesti farisaici delle autorità civili e religiose, che riescono ad approdare a tutti i giochi del male, dichiarando di usare una pratica delle virtù più moderna e liberatoria. È del tutto sconveniente, poi, che per comperare i favori di un gruppo politico, di professione pagano, si dica che esso è portatore genuino di valori cristiani, come è avvenuto per la Lega. La Chiesa non reca salvezza se rimane collegata agli interessi di classe, di razza e di Stato. Non porta salvezza se è complice dell´ingiustizia e della violenza istituzionali. La Chiesa non può rimanere in rapporto con i poteri oppressivi, col rischio di diventare egoista e indifferente, priva di amore e vergognosamente timorosa.
Noi cerchiamo la Chiesa di Cristo, che mette in movimento tutte le forze portatrici della salvezza dell´uomo (1 Cor 12). Noi cerchiamo una Chiesa, che agisca da catalizzatore per l´opera di redenzione di Dio nel mondo, una Chiesa che non sia solo luogo di rifugio per privilegiati, ma una comunità di persone a servizio di tutti gli uomini nell´amore di Cristo. La Chiesa può sbagliare solo per amore dell´amore. Buona parte del nostro popolo pensa che la corruzione e il malcostume che oggi affliggono l´Italia vengono assecondati dall´attuale governo. La Chiesa, perciò, non può tenere rapporti di amicizia con esso.

Mons. Raffaele Nogaro
vescovo emerito di Caserta
“la Repubblica” del 25 gennaio 2011




LE STORIE DI AVVENIRE: Viviana, la felicità è tornare a scuola

Viviana Visciani festeggia i suoi otto anni riempiendo fogli e fogli di disegni raffiguranti alberi, fiori, farfalle: il mondo di fuori, il mondo della natura e soprattutto della libertà, che così a lungo le è mancata. La bambina è euforica, loquace. Per lei questo è un compleanno indimenticabile, con tre grandi regali: ora vive finalmente in una casa e non più in ospedale; le hanno tolto il catetere che portava sul petto da tanto tempo; le sono ricresciuti i bei capelli, castani e ricci, che aveva perso a causa di novanta chemioterapie a base di interferone.
Un «supplizio» per chiunque, figuriamoci per una bimba, una vispa come lei; ma un supplizio necessario per tentare di salvarla dal nefroblastoma di Wilms, una della 32 malattie considerate dalla scienza medica «rare», che si è accanita contro di lei per un anno e mezzo, costringendola a sopportare cure massive e dolorose, oltre che l’asportazione chirurgica di un rene e due operazioni ai polmoni. Ma ora Viviana sta – letteralmente – tornando a vivere. La tac effettuata a settembre ha dato buon esito: le lesioni ai polmoni risultano assorbite, la chemio è stata sospesa, e Viviana è stata finalmente dimessa dal reparto di onco-ematologia del «Salesi» di Ancona, che era divenuto per lei tetto e famiglia.
Forse possiamo mettere la parola fine – un lieto fine – alla storia di questa piccola di Lucera, nel Foggiano; una storia strappalacrime, di sofferenza umana e familiare portata con dignità, che ha commosso l’Italia intera, e che era venuta alla luce proprio grazie ad Avvenire, ai servizi della nostra collega Antonella Mariani. Per mesi, Viviana, malata, e i suoi genitori Antonio e Lucia sono stati costretti a vivere sulla strada, senza un soldo, rifugiandosi in macchina. Il papà aveva perso il lavoro – l’unico reddito che entrava in casa – e subito dopo la famiglia era stata sfrattata. Il proprietario dell’appartamento non aveva dimostrato la minima sensibilità per il drammatico stato di bisogno dei Visciani. Giorni e giorni in trasferta sull’autostrada, tra Lucera e Ancona; poi lunghe nottate all’addiaccio, mentre la figlioletta era ricoverata in un letto d’ospedale, trapassata da flebo, sonde, aghi. Per i coniugi Visciani la sorte aveva riservato – in serrata sequenza – colpi che avrebbero messo in ginocchio qualunque coppia e famiglia. La disoccupazione, la malattia della figlia, la perdita dell’abitazione, l’umiliazione di dover dipendere dagli altri per la sussistenza, chiedendo soccorso e trovando porte chiuse: quelle dei parenti, quelle delle istituzioni. «Dal Comune e dai servizi sociali di Lucera non abbiamo avuto un aiuto – sottolinea amaramente la signora Lucia –. Non un alloggio, non un assegno, non un ausilio. Dobbiamo però ringraziare l’ex vicesindaco Fabio Valerio che più volte si è adoperato, personalmente e senza appoggi, per alleviare la nostra situazione».
Adesso tutto ciò appartiene al passato. Viviana sta riassaporando la «normalità»: è guarita, si mostra di buon umore, ha ritrovato la gioia di mangiare con gusto, dopo tanta forzata inappetenza causata dalle chemioterapie e dalle ulcerazioni alle mucose della bocca. Ma soprattutto, Viviana gioisce dell’essere tornata nella sua Lucera e sui banchi di scuola, dove bambini e maestre l’hanno accolta con una grande festa. Finalmente, anche lei può fare i compiti. Inoltre, i Visciani hanno ritrovato un tetto, anche se – chiosa Lucia – «facciamo i salti mortali per pagare l’affitto». Il miracolo che manca è quello di un impiego per Antonio, ancora disoccupato. Tutto ciò che è saltato fuori, in questi mesi di incessante domandare, è stato un lavoro in nero presso l’impresa di pulizie di un conoscente: due stipendi mai pagati. Borsa-lavoro pubblica? Soltanto promesse, vane parole di politici e di burocrati. «Qui è un’altra Italia», sintetizza con rassegnata ironia il padre di Viviana.
Nonostante tutto, Viviana ha realizzato il suo sogno, ed è questo che conta. Un sogno scaturito da un altro sogno, bello e misterioso. Racconta mamma Lucia: «Era l’aprile del 2009. Viviana doveva essere operata. Mi chiamò e mi riferì di aver sognato, vedendo “un’immensa luce e sentendo una voce dolce e calma” che la esortava a pregare, perché “Gesù e la Madonnina” erano vicini a lei, e l’avrebbero fatta “uscire dall’ospedale”. E così è stato».
Lucia dice la sua famiglia «sta ricominciando tutto daccapo». Il loro è un ripartire dopo una prova durissima, superata anche grazie all’aiuto di molti. Perché è questa l’altra bella notizia nel caso doloroso di Viviana: lei e i suoi non mai stati lasciati soli. «In questo tempo di sofferenza – racconta infatti la signora Visciani – siamo stati circondati da una rete di solidarietà. Molti ci hanno aiutato concretamente, a cominciare da Avvenire e da Antonella Mariani, che per noi hanno fatto davvero moltissimo, dando visibilità al nostro dramma. Tante persone – mi spiace dirlo, soprattutto fuori dal mio paese e dalla cerchia dei parenti – ci sono state vicine, ci hanno fatto toccare con mano – in un luogo di sofferenza qual è l’ospedale – la realtà dell’amore cristiano, facendoci vedere che c’è tanta gente che crede nei valori, che l’indifferenza non è l’ultima parola sul nostro vivere. Il mio pensiero grato va all’Associazione “Le patronesse” di Ancona che, tramite Milena Fiore, ci hanno procurato un alloggio gratuito, ed è stata vicina a Viviana con visite, regali, contributi. Un grazie anche ai volontari del servizio di clownterapia, che col buonumore portano un po’ di conforto ai piccoli ricoverati.
Un grazie pieno di riconoscenza ai dottori Paolo Pierani e Ascanio Martino, chirurgo pediatrico che ha operato nostra figlia tre volte: ci hanno dimostrato cosa significhi la competenza medica accompagnata sempre da una grande umanità. Infine un grazie alle nostre zie Emma e Alfonsina che, da Foggia e da Milano, si sono prodigate per noi come mamme. Certo viene spontaneo domandarsi il perché, il senso di tanto spavento e di tanta sofferenza, per la bimba e per noi genitori. Ma il perché non lo possiamo trovare da noi. Il perché lo conosce solo Dio. E Dio esiste, ed è buono. E si mostra attraverso l’amore di cui gli altri, anche sconosciuti, ci fanno oggetto. Questa verità l’ho vissuta sulla mia pelle di madre e di donna, e la proclamo a chiare lettere».
Domenico Montalto

Tratto da www.avvenire.it




Rassegna Stampa del 06/10/2010

San Francesco che contestatore” –  “Avvenire” del 30 settembre 2010