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2 Risposte a “Rassegna Stampa del 06/10/2010”

  1. Che coincidenza, Pietro! Anch’io ieri ho letto ( ed anche stampato, in verità, per conservarlo) lo stesso articolo, però dal sito del giornale Avvenire che, unitamente ad altri quotidiani, quasi ogni giorno “sfoglio”! Articolo molto interessante che mi aveva fatto pensare proprio a te, innanzitutto, e poi alla nostra fraternità!

  2. Francesco che convertito

    L’articolo di Ezio Franceschini – titolato «San Francesco che contestatore», pubblicato su Avvenire del 30 settembre 2010 e ripreso da Koinonia forum n. 228 – sollecita alcune riflessioni.
    In primo luogo mi sembra che il testo sia debitore del clima sessantottino un po’ più di quanto lo stesso autore ammetta, laddove sostiene di considerare Francesco come un contestatore «non per una condiscendenza ai tempi». Ben venga, sia chiaro, la pubblicazione di articoli di questo tipo, specie se si considera l’approccio retorico e celebrativo che caratterizza ancora larga parte della riflessione su Francesco d’Assisi. Tuttavia, credo che occorra stare attenti a non cadere nell’eccesso opposto perché l’immagine di un Francesco «contestatore» non è meno superficiale e semplicistica di quella del Francesco «poverello».
    Nel testo, inoltre, mi pare di ravvisare almeno una stridente contraddizione; mi riferisco al punto in cui l’autore afferma che Francesco contesta tutto e tutti ma non «il signor papa, a cui si inchina», subito dopo aver citato il famoso passo: «Non parlatemi di altre regole!». Questo passo, può essere utile ricordarlo, è tratto dalla Leggenda perugina che al n. 114 descrive un episodio avvenuto nel corso del capitolo generale del 1221: i frati più colti, spalleggiati dal cardinale Ugolino, volevano convincere Francesco a lasciarsi guidare da loro e a scrivere una regola per l’Ordine; Francesco risponde con inaudita veemenza, rivendica il suo diritto di obbedire a Dio piuttosto che agli uomini e invoca addirittura la maledizione di Dio sui quei frati; al legato papale Francesco non si rivolge direttamente ma la Leggenda perugina ci dice che i frati e il cardinale Ugolino sono accomunati dallo stupore e dal timore. Sempre a questo proposito va evidenziato che la scelta di Francesco di scrivere personalmente la regola dell’Ordine andava contro una perentoria disposizione di Innocenzo III che aveva imposto a chiunque avesse voluto fondare un nuovo ordine religioso l’obbligo di adottarne una tra quelle già esistenti e approvate, segnatamente la regola di san Basilio, san Benedetto o sant’Agostino. Ma un certo disappunto nei confronti della chiesa istituzionale, in forme magari più velate, Francesco lo dimostra anche in altre occasioni: nel Testamento, quando ricorda gli inizi della sua vocazione, a chi si riferisce se non a una gerarchia ecclesiastica presa dalle sue ambizioni di potere temporale quando afferma con chiara amarezza: «Nessuno mi mostrava cosa dovessi fare»?
    Quindi, se proprio si vuole adottare la logica del contestatore tout-court bisogna avere il coraggio di andare fino in fondo e riconoscere che Francesco ha contestato anche la Chiesa e il signor papa, a cui non si è affatto inchinato con supina arrendevolezza; molto più che un contestatore, quindi, anche un anticlericale. Inoltre, obbedendo a una logica di questo tipo Francesco dovrebbe essere considerato un pacifista non meno che un contestatore; e potrebbe essere a buon titolo considerato anche il prototipo di un ecologista o di un animalista. La lista è infinita ed è quella dei cosiddetti «mille volti di Francesco». Non credo però che sia questa la strada giusta; anzi ritengo che si tratti di un approccio alquanto miope e che non aiuta a rispondere alla domanda che da otto secoli a questa parte circola in casa francescana: qual è lo specifico di Francesco d’Assisi? Cosa fa di lui quel santo unico al mondo che, come osserva giustamente Franceschini nel finale del suo pezzo, ha superato i confini del tempo e dello spazio?
    Per quel che può interessare, io penso che non occorra cercare troppo lontano perché la risposta a questa domanda, in effetti, la fornisce Francesco stesso nel suo Testamento: «Il Signore dette a me, frate Francesco, d’incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi; e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo». Ecco la risposta: Francesco è stato innanzitutto un convertito, uno che ha preso sul serio l’impegno di voltare le spalle al peccato e di rivolgersi a Dio per ritornare al primitivo stato di amicizia con Lui. È per questo che tutto ciò che prima gli sembrava amaro poi gli sembrerà dolce; e di una dolcezza, si badi bene, non solo d’animo ma anche di corpo. Con questa espressione Francesco sta affermando qualcosa di sconvolgente: riguardo ai lebbrosi, ad esempio, ci sta dicendo che ha preso ad amarli perché ha imparato a riconoscere in essi il volto del Cristo sofferente, ricevendone una gratificazione spirituale e quindi una dolcezza di animo; ma ci sta dicendo anche che essi hanno cominciato a risultargli addirittura gradevoli al corpo e quindi al tatto, alla vista, all’olfatto! Una cosa del genere gli è possibile solo perché riesce a guardare i lebbrosi con gli occhi stessi di Dio. Lo stesso vale per il suo rapporto con gli uomini e con la natura; Francesco non è un pacifista o un ecologista ma un uomo che guarda l’umanità e il creato con gli occhi di Dio.
    Indubbiamente la radicalità della sua conversione lo ha portato ad assumere atteggiamenti che ce lo fanno sembrare – così come dovette sembrare ai suoi contemporanei – come un contestatore o addirittura un rivoluzionario. Ma non è esatto sostenere che Francesco «contesta tutto, nulla escluso»: il padre, la famiglia, la società, gli ordini religiosi tradizionali. Francesco non contesta proprio niente e nessuno, soltanto guarda a tutte queste cose da un punto di vista diverso e ciò lo porta a non conformarsi alla mentalità corrente, a essere «altro» rispetto alla cultura e alle istituzioni civili ed ecclesiastiche del suo tempo. Tommaso da Celano lo definisce homo alterius saeculi, uomo di un altro mondo (1Cel 36; FF 383). Il suo agire viene da lontano, viene direttamente da Dio; noi, però, lo vediamo solo nel suo concretizzarsi terminale e allora, di volta in volta, ci appare come un contestatore, un pacifista, un ecologista e quant’altro. Francesco è come un prisma ottico che si lascia attraversare dalla luce e per poi diffonderla tutt’intorno in mille colori. Attardarsi a discutere – e magari polemizzare – su quale di essi sia quello prevalente non ha molto senso, è un falso problema; il problema vero è che noi, diversamente da lui, non siamo abbastanza convertiti da vedere la sorgente luminosa e per questo motivo non riusciamo a comprenderlo completamente né mai ci riusciremo.
    Conversione, quindi, non contestazione; è questa, a un tempo, la cifra significativa della sua spiritualità e la strada sulla quale ci chiede di seguirlo.

    Pietro Urciuoli, OFS Avellino

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